Installare Windows sul Mac con VirtualBox

Posted gennaio 10th, 2011 in Da Windows a Mac by Sergio Alasia

Fino a poco tempo fa, per un traduttore la scelta del sistema operativo era praticamente obbligata. Come in altri settori, la maggior parte dei programmi necessari per svolgere la professione, in particolare Trados e gli altri CAT tool, esistono solo per Windows e scelte alternative come Mac o Linux erano decisamente azzardate e poco praticate, perché limitavano moltissimo le possibilità e non garantivano la compatibilità al 100%.

Oggi invece l’acquisto di un computer Apple, per esempio, non vuol dire per forza rinunciare a Windows e ai suoi programmi. Nella fattispecie esistono tre metodi principali abbastanza semplici per usare Windows e i suoi programmi su un Mac:

  1. dual boot
  2. emulazione
  3. virtualizzazione.

Il dual boot permette di scegliere il sistema operativo all’avvio del computer, il che ha grossi vantaggi in termini di prestazioni, ma obbliga a riavviare il computer quando si vuole cambiare sistema, quindi in alcune circostanze diventa poco pratico. Grazie all’Assistente Boot Camp, il dual boot di Windows su Mac non ha molti segreti: la procedura guidata crea e formatta una partizione, e indica quando inserire il CD o DVD di Windows per avviare l’installazione.

Mediante l’emulazione invece è possibile utilizzare i programmi per Windows senza bisogno di installare un altro sistema operativo, ma installando appunto un emulatore, che in poche parole è capace di interpretare i programmi scritti per altri sistemi operativi. Anche in questo caso i vantaggi sono molteplici, ma la stabilità e la compatibilità con tutti i programmi Windows non è ancora stata raggiunta.

Tra le soluzioni gratuite, un buon candidato è WineBottler, ma è ancora in versione beta e lungi dall’essere stabile. Sul fronte dei programmi commerciali, esiste CrossOver, ma dichiara una compatibilità limitata con Trados e con Déjà-Vu X, mentre Wordfast Classic non funziona affatto. Altri strumenti CAT come Star Transit e across non vengono neanche mezionati nell’elenco.

La virtualizzazione è un po’ la via di mezzo tra le prime due opzioni, creando un vero e proprio sistema operativo funzionante all’interno del sistema operativo principale. Siccome i due sistemi funzionano in contemporanea, sono constretti a condividere le risorse, ragion per cui le prestazioni sono inferiori alla soluzione dual boot, ma non vi è alcun problema di compatibilità dei programmi.

Scartate quindi le prime due possibilità, la virtualizzazione pare la decisione più azzeccata, anche perché ho già una certa dimestichezza con i programmi di VMWare. Infatti anche in questo caso occorre installare un software apposito capace di creare un ambiente virtuale per il funzionamento del sistema “ospitato”: VMWare Server è uno di questi programmi di virtualizzazione, ma la versione per Mac, che si chiama VMWare Fusion, è a pagamento, come anche Parallels Desktop, pur non offrendo più caratteristiche di altri programmi disponibili gratuitamente, come VirtualBox.

VirtualBox è prodotto da Oracle e distribuito sotto licenza GPL, giunto ormai alla versione 4. L’installazione è semplicissima e la creazione di un nuovo sistema operativo virtuale avviene mediante una procedura guidata abbastanza rapida. Nel mio caso è bastato scegliere la quantità di memoria da usare (512 Mb) e l’estensione del disco virtuale (8 Gb), inserire il CD di installazione di Windows XP Pro quando me lo richiede il programma e seguire i soliti passaggi.

Una volta avviato Windows e installati tutti gli aggiornamenti disponibili, procedo a installare le Guest Additions, componenti aggiuntivi che si installano sul sistema operativo “ospitato” per migliorarne l’integrazione con il sistema ospitante. Ancora una volta l’installazione è semplicissima, grazie a un’opzione nel menù principale di VirtualBox (Dispositivi > Installa Guest Additions). Nel mio caso Windows ha protestato un po’, avvisandomi che il software che stavo tentando di installare non ha superato i controlli di compatibilità, ma gli dico di continuare ugualmente.

Dopo il riavvio, l’uso del cursore del mouse diventa estremamente intuitivo, sono disponibili diverse risoluzioni per lo schermo, è possibile integrare completamente le finestre dei programmi Windows, eliminando completamente la “cornice” di VirtualBox e si può copiare-incollare da un sistema all’altro come se fossero semplicemente finestre diverse. Resta solo da risolvere il problema della condivisione di cartelle.

Infatti il sistema operativo ha un suo disco fisso virtuale, che naturalmente occupa spazio sul disco fisso del computer, ma non è per così dire “permeabile”, cioè le cartelle e i file del sistema virtuale non sono direttamente accessibili. Per ovviare a questo problema, VirtualBox permette di condividere una o più cartelle del sistema ospitante in maniera molto semplice:

  1. Dal menù principale di VirtualBox, selezionare Dispositivi > Cartelle condivise…
  2. Fare clic sul pulsante con la cartella e il segno + e scegliere la cartella da condividere, marcando le opzioni Montaggio automatico e Rendi permanente.
  3. In Windows, aprire una finestra di Explorer (tipo Risorse del computer) e selezionare dal menù Strumenti l’opzione Connetti unità di rete
  4. Fare clic su Sfoglia e poi su Tutta la rete > VirtualBox Shared Folders > \\Vboxsvr
  5. Selezionare la cartella condivisa e fare clic su OK
  6. Scegliere una lettera per la nuova unità di rete e confermare.

Per completare l’operazione, ho modificato le proprietà della cartella Documenti e l’ho assegnata direttamente all’unità di rete, in modo da farla coincidere con la cartella condivisa.

Da ultimo, resta da installare l’Oracle VM VirtualBox Extension Pack, che permette di usare i dispositivi USB 2.0 tipo memorie flash e hard disk esterni.

Prime installazioni. Alla scoperta dei file DMG

Posted dicembre 21st, 2010 in Da Windows a Mac by Sergio Alasia

L’iMac è arrivato puntuale a casa giovedì 2 dicembre. Apro l’imballaggio e dispongo il computer con la tastiera e il mouse sulla scrivania, lasciando a portata di mano il resto del contenuto della scatola, che consta di due DVD di installazione del sistema operativo e delle applicazioni originali, un DVD con iLife 11, il libretto di istruzioni e un panno per la pulizia dello schermo. Consulto brevemente le istruzioni, quanto basta per rendermi conto di non avere bisogno di istruzioni, collego i cavi al gruppo di continuità e accendo l’iMac.

La prima configurazione del sistema operativo è veloce, richiede di scegliere la lingua del sistema, il nome dell’utente principale e la password di amministrazione, il fuso orario, il tipo di tastiera, la rete Wi-Fi… e il Mac OS X parte dopo pochi secondi di attesa. Come prima cosa decido di cercare aggiornamenti per il sistema operativo, che risultano essere abbastanza corposi: 1.6 Gb, quindi inizio il download e passo a copiare tutti i dati che voglio trasferire dal portatile che ho usato finora all’iMac, usando un hard disk esterno che uso per il backup.

In particolare, oltre ai documenti personali e di lavoro, ho bisogno di trasferire l’archivio e la configurazione della posta elettronica, per la quale uso il client integrato nel browser Opera. Questo client di posta archivia tutti i messaggi e gli account di posta elettronica nella stessa sottocartella del programma chiamata mail. È sufficiente copiare questa cartella per trasferire il tutto a una nuova installazione di Opera, anche su un sistema operativo differente. Installo quindi Opera sul Mac OS X appena aggiornato e importo in una volta tutto il mio archivio di posta elettronica, compresi i filtri e le cartelle personalizzate.

Continuando con l’installazione degli altri programmi accessori e di comunicazione, come Skype, mi accorgo che la procedura consiste quasi sempre solo nello scaricare un file DMG, decido quindi di documentarmi su questo tipo di file e trovo su un forum questa sintetica definizione:

I file dmg sono uno dei modi standard per distribuire file sul Mac. In pratica, si tratta di immagini disco, generalmente compresse e a sola lettura, all’interno delle quali si possono salvare i propri file… Facendo doppio click su un file .dmg, viene montato sulla scrivania proprio come se si trattasse di un disco vero e proprio e a quel punto è possibile accedere ai file che vi sono memorizzati. Come concetto è uguale a quello dei file .iso o nrg (quelli creati con Nero) in Windows, solo più evoluto, [in quanto] supportano la compressione, la criptazione, possono contenere un volume oppure un intero drive (con tabella delle partizioni e partizioni multiple).

L’installazione vera e propria avviene facendo doppio click sul volume montato sulla scrivania e trascinando l’icona del programma alla cartella Applicazioni. Una volta installato un programma, è sufficiente espellere il volume, trascinandolo sul cestino, in modo che scompaia dalla scrivania. Nel caso di programmi più voluminosi, la procedura può essere leggermente più complessa, molto simile alla procedura guidata di installazione dei programmi per Windows.

E se si cambia idea e si vuole disinstallare un’applicazione? Nellla maggior parte dei casi, in mancanza di un programma di disinstallazione, basta trascinare l’icona dell’applicazione da disinstallare dalla cartella Applicazioni al cestino.

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L’acquisto del Mac

Posted dicembre 16th, 2010 in Da Windows a Mac by Sergio Alasia

Sono entrato nel mondo Mac venerdì 26 novembre, Black Friday negli Stati Uniti. Quel giorno Apple applicava uno sconto di 100 € a molti dei suoi prodotti e visto che il mio portatile DELL Vostro 1500, con quasi 3 anni di onorato servizio (mai reinstallato Windows XP) cominciava a manifestare strani sintomi, mi sono deciso a investire un migliaio di euro in un iMac. La nuova acquisizione mirava anche a rinnovare il “parco macchine” e facendo diventare il portatile “gregario” dell’iMac.

A parte qualche traduzione, la mia esperienza con i Mac e con i prodotti Apple finora è limitata, posseggo un iPod mini e uso molto saltuariamente iTunes, e ho avuto occasione di mettere le mani solo su due o tre modelli di Mac in vita mia, per cui non avevo quasi elementi su cui basare la scelta. Le informazioni sul sito sono comunque molto esaurienti e il confronto è semplice data la poca varietà di modelli.

La scelta cade dunque sull’iMac 21,5”, modello base, con un’unica variazione rispetto alla dotazione standard: la tastiera. Infatti, l’iMac ha di serie il rivoluzionario Magic Mouse e una discreta tastiera senza fili, con tasto di accensione incorporato e collegamento Bluetooth, ma priva di tastierino numerico, per me fondamentale. La tastiera USB tradizionale, invece, oltre al tastierino numerico ha anche due comode porte USB, una su ogni lato.

Avendo optato per una configurazione non standard, devo fare l’acquisto su internet, collegandomi al sito di Apple Spagna, ma dopo tutta la procedura di configurazione scopro che se voglio acquistare come azienda e scaricare l’IVA, sono obbligato a telefonare. Allora telefono al numero verde e mi risponde Leandro, che gentilmente acquisisce i miei dati e procede all’acquisto, sennonché i server sono intasati, perché ormai sono le 4:30 del pomeriggio e i clienti statunitensi appena svegli hanno preso d’assalto l’Apple Store online. Leandro mi promette di richiamarmi più tardi per concludere l’acquisto e mantiene la promessa, tanto che appena dopo l’acquisto mi arriva l’e-mail di conferma.

La prima impressione è nel complesso molto positiva, il servizio telefonico è eccellente, l’e-mail di conferma contiene i recapiti dell’agente con cui ho parlato al telefono, il suo indirizzo e-mail e la sua estensione telefonica personale, di modo che in caso di necessità posso contattarlo direttamente, cosa che faccio lunedì per indicare una correzione dell’indirizzo di consegna.

Non mi resta che attendere qualche giorno. In un’e-mail successiva mi confermano la spedizione e il giorno di consegna del prodotto: giovedì 2 dicembre.